Il Re buono: racconto buddista, I parte

di Redazione Commenta

Oggi proseguiremo con i racconti che vengo spesso narrati nella filosofia buddista; racconti che lasciano sempre un insegnamento positivo, un qualcosa che l’uomo che aspira all’illuminazione e alla beatitudine deve imparare a fare, ma sopratutto a essere. Questo racconto che stiamo per leggere ci insegna l’infinità bontà e il senso di sacrificio.

“Tantissimo tempo fa, nell’antica India, viveva una divinità chiamata Indra, egli era il dio del cielo e aveva poteri illimitati, governava il bello e il brutto tempo, il cielo azzurro e le tempeste, i lampi, i tuoni e i venti. Indra era anche un dio a cui stavano a cuore gli esseri viventi; grazie al sole e alla pioggia nutriva le piante e le faceva crescere, procurando cibo abbondante per gli animali e per le comunità umane.

Egli era sempre alla ricerca di uomini, donne o dèi che avessero una saggezza tanto vasta e profonda da riuscire a comprendere e penetrare l’infinito significato della vita di tutti gli esseri. Così quando, osservando la vita della gente, scorgeva un pensiero, una parola o un gesto d’amore per gli altri, il suo cuore gioiva, e il tempo in quella regione manifestava la stessa sua serenità: un tiepido sole scaldava la terra, oppure una pioggia sottile e abbondante nutriva i raccolti. La vista della malvagità e dell’ipocrisia rendevano invece il suo cuore buio e tempestoso e riempiva i suoi occhi di lacrime, tanto da scatenare tempeste, tifoni e terremoti.

Un giorno Indra era in preda alla tristezza, perché sembrava che nel mondo degli esseri umani prevalessero soltanto l’egoismo e la violenza. Chiese allora al dio Visvakarma se conosceva qualcuno la cui saggezza e compassione fossero virtù autentiche e non soltanto apparenza. Visvakarma raccontò allora di aver sentito parlare, in una locanda del regno degli esseri umani, di un re, chiamato Sibi, che governava la regione di Kushinagara, il cui comportamento compassionevole rispecchiava la sua saggezza profonda. Pur essendo re egli non esercitava il suo potere per favorire se stesso o alcuni a scapito di altri, ma si considerava al servizio del popolo intero. Non viveva nel lusso, in quanto aveva compreso che possedere ciò di cui gli altri hanno bisogno era anch’essa una forma di violenza. Viveva semplicemente e, attraverso lo sforzo costante, ricercava il miglioramento personale e del suo popolo, e il bene di tutti gli esseri viventi. Così…”

Continua…

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