Continuiamo a leggere quanto è stato scritto nel libro di Salomone, dopo aver parlato della hiave iniziale, inizieremo ad addentrarci all’interno di uno dei libri più potenti che siano mai stati scritti.
Continua così: Rabinadas, del quale si dirà l’intelligenza e la vera conoscenza per chiamarlo, scongiurarlo, costringerlo come si vedrà nella Chiave; in seguito si dirà in qual maniera si devono fare i patti cogli Spiriti che verranno ai caratteri e di colui che vuole invocarli; si conosceranno difficilmente perchè Sic volo, sic jubeo, sic pro ratione voluntas, le cose oscure e difficili, sarebbero
troppo chiare se fossero spiegate: Je ne dit pas pour moi! Sed etiam per subjectus, quia illud spectat Rabidinadap il est, faciendum est jussu illias.
Dopo che avrai offerto dell’incenso fino e innaffiato, “col proprio tuo cuore, o sanguine,” o con quello di un capretto maschio, “cum invocatione spiritum orientalium” nel suo luogo, “ut illud sit hoc in opere inclusum minimo clarum in doctis,” ed è certo, se ti vuoi prendere un poco di pene ed accortezza: “hoc in promptis apperebit!”



Diogene di Sinope: Era un filosofo greco del IV secolo a.C. discepolo di Aristene, considerato il fondatore della scuola cinica, di cui fu comunque il rappresentante più famoso, soprattutto perché ne indicò praticamente l’ideale di vita. Sulla sua figura si sono concentrati molti elementi leggendari: di fatto nessuna delle ventuno opere menzionate da Diogene Laerzio ci è rimasta, e si hanno testimonianze certe per la sola Repubblica, in cui pare difendesse il cannibalismo e l’incesto. La stessa biografia, ancora di Diogene Laerzio, non consente di uscire dalla aneddotica, da cui si deduce che D. vagabondò per tutta la Grecia, incarnando un modello di ascetismo razionale ed utilitaristico, in difesa ostentata del naturale contro qualsiasi artificiosità. Disprezzò infatti ogni convenienza sociale, vivendo conformemente al principio che il saggio deve saper fare a meno di ogni agio, riducendo al minimo i bisogni. Secondo la testimonianza di Aristotele, per la sua particolarità di fare tutto in pubblico gli fu attribuito il soprannome di cane.